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Distrazione governativa

Di Mauro Spina


Durante la scorsa settimana è diventato ormai chiaro quale sia il modus operandi di un governo che vive tenuto assieme dalle contraddizioni, dalle divisioni sulle prospettive d’insieme e quasi sicuramente, anche dalle visioni strategiche internazionali. Il tentativo ignobile del Presidente del Senato La Russa, di infangare la memoria della Resistenza con fake news e oscene, assurde demistificazioni è un ulteriore conferma della strategia della distrazione che il Governo Meloni sta mettendo in atto per spostare l’attenzione dai dossier aperti, strategici e importanti su cui non si ha una linea da seguire.

Non appena la premier è via per impegni istituzionali, la maggioranza (soprattutto dal lato Lega) fa di tutto per sabotarsi. La Lega non è un partito di governo e lo dimostrano le affermazioni quotidiane dei falchi di Salvini, mentre l’area governista radicata nelle regioni nel nord (quella in Parlamento guidata da Giorgetti è minoritaria) è andata a calcare grosso modo il governo democristiano della vecchia Repubblica. La Lega non è un partito di governo perché non ha un leader interessato ai punti nodali di questa congiuntura storica. Matteo Salvini è un prodotto della subcultura degli anni 80’ e ingranaggio ben oleato dell’inaridimento culturale del berlusconismo.

Giorgia Meloni un’identità ce l’ha invece, ma non riesce ad amalgamarla con la congiuntura storica che si trova a governare: non c’è Nixon o Trump, Regan o Bush alla Casa Bianca e quindi il suo ruolo all’interno della Nato è sì di subalternità ma con un leader statunitense molto più moderato di lei. Deve gestire un immenso patrimonio economico da redistribuire con il PNRR all’interno di maglie larghissime che in buona misura danneggiano l’elettorato stesso della destra conservatrice italiana. Per questo motivo anche la premier seppur seccata dalle uscite e dalle picconate dei compagni leghisti, lascia liberi i parlamentari del suo partito di rivisitare i peggiori rigurgiti nostalgici.

Anche qui c’è diatriba, confronto: Fratelli d’Italia fa di tutto per rievocare il fascismo, offende la memoria comune di questo paese mandano in avanscoperta personaggi con gravi deficienze culturali come Ignazio La Russa, ma rimescola e pesca argomenti del proprio bagaglio culturale. La Lega invece pesca nel sacco dei ricordi dei primi governi Berlusconi: condoni, processi rapidi, ponti sugli stretti.

Un gioco di aperta campagna elettorale mentre questi due partiti sono al governo. Potrebbe bastare solo questo per muovere all’indignazione collettiva. In buona sostanza, la Lega è senza leader mentre Fratelli d’Italia è un partito con una solida memoria astorica e con un leader, ma con una base parlamentare scadente.

Una congiuntura unica che permette a questi due partiti di restare assieme pur con nelle enormi differenze. La Lega è un partito che è stato a libro paga del Cremlino; Fratelli d’Italia venderebbe fino all’ultima cartuccia pur di sostenere un alleato degli Stati Uniti.

Nessuno dei due vuole davvero gestire bene i fondi del PNRR per non colpire gli interessi della pancia del proprio elettorato.

Anche perché a ben vedere, i discorsi che la sinistra fa sul calo degli elettori, che è drammatico e costante, può essere sì figlio di una riforma elettorale assurda ma i risultati delle elezioni, non ultime quelle in Friuli Venezia Giulia, testimoniano come sempre meno elettori vadano a votare, sì, ma anche che gli elettori di destra in media ci vanno molto di più. C’è una minoranza in questo paese che si sente rappresentata dal non-gioco istituzionale di questo governo, dagli attacchi contro i più vulnerabili a livello politico (migranti, comunità LGBTQ+, donne), che (sia d’esempio per tutti l’on. Santanchè) vorrebbe evitare riforme scomode che colpiscano i più ricchi e che tentino seppur in maniera blanda una qualche forma di redistribuzione di capitale e ricchezza (si pensi per esempio ai balneari).

Quindi la sinistra dovrebbe occuparsi di quella maggioranza silenziosa che a votare non ci va più, deve riprendere a dialogare coi sindacati, coi lavoratori. Dovrebbe imparare finalmente la via dello scontro istituzionale sul tema del lavoro senza cercare mediazioni infruttuose; questa sembra essere in ogni caso la linea della nuova segretaria del PD l’on. Elly Schlein e il lavoro di opposizione parlamentare potrebbe favorire una nuova stagione per la sinistra italiana.

Questa destra invece, non potrà andare avanti per molto con i suoi temporeggiamenti infruttuosi e i decreti-legge fascistoidi sulla lingua o sui presunti assaggiatori nel mondo. Il tempo della resa dei conti si avvicina e l’Italia ha davanti a sé una serie di sfide cruciali per i prossimi 20 anni. Anche se io personalmente credo che a guidare le riforme ci sarà un governo tecnico guidato da Antonio Tajani o da qualche altra figurina istituzionale, spero però, che in questa solita prospettiva all’italiana non ci sia né il Movimento né il nuovo PD di Elly Schelin.


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