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I separatisti pongono fine all'accordo di pace

Di Kevin Gerry Cafà


Come in Siria e Libia, su un conflitto civile nato dalle Primavere arabe si sono innescate le agende politiche dei pesi massimi del Medio Oriente, facendo sprofondare lo Yemen in una crisi umanitaria senza fine. Il governo riconosciuto del presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi sostenuto dall'Arabia Saudita e la coalizione ribelle guidata dagli sciiti Ansar Allah, comunemente noto come Huthi appoggiati dall'Iran che controllano gran parte del nord, sono i protagonisti di questo lungo e drammatico conflitto.


Nella giornata di ieri, i separatisti dello Yemen hanno annunciato di voler istituire un governo autonomo nelle regioni occupate dall'esercito, rivendicando il controllo esclusivo di Aden. La mossa dei separaristi - interlocutori dall'Arabia Saudita e dalle Nazioni Unite - porrebbe fine all'accordo raggiunto a Riyad alla presenza dei due uomini forti dell’intervento militare in Yemen, ovvero Mohammed bin Salman Al Saud (Arabia Saudita) e Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Eau), i filo-governativi del presidente Abdu Rabu Mansur Hadi e i secessionisti dell’Stc dell’ex governatore di Aden Aydarous Al Zubaidi. Quest'ultimi avevano garantito di non perseguire la secessione e l'ingresso nel gabinetto nazionale, al fine di mettere tutte le forze sotto il controllo del governo internazionalmente riconosciuto e sostenuto dall'Arabia Saudita: strategia che favorisce anche gli Emirati arabi, da tempo impegnati nella regione.



Con l'arrivo del Coronavirus nella regione, l'Arabia Saudita aveva optato per un cessate il fuoco unilaterale lo scorso 9 aprile. Una proposta sostenuta nei giorni scorsi dall'inviato Onu per lo Yemen, Martin Griffiths, nell'ambito degli sforzi per contenere il diffondersi del Covid19. La teoria del disgelo dei conflitti tra gli attori internazionali in periodo di pandemia, non trova attualmente nessuna conferma se pensiamo ai rapporti tra Usa e l'Iran nelle ultime settimane. La decisione dei sauditi deriva dallo shock sanitario ed economico che il regime sta fronteggiando, causato principalmente dal più forte ribasso del prezzo del greggio registrato negli ultimi vent'anni.

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