• Mauro Spina

L’individualismo libertario

Di Mauro Spina


La discussione che ruota attorno al Greenpass (il certificato elettronico che attesta il completamento del ciclo vaccinale) si è subito tinta di fosche sfumature politiche.

Come molti altri dibattiti sorti attorno al virus Sars-Cov19 la scienza si è subito fatta da parte, lasciando il posto all’agone politico, con una destra sempre più vicina agli strali del partito Libertario (un terzo partito di estrema destra statunitense) e un centrosinistra che cerca di reggere da sola l’urto della pandemia.

L’estrema destra italiana guidata da Giorgia Meloni e dal leader leghista, non hanno mai perso occasione nel corso dei governi Conte II e l’attuale, di abbracciare la piazza nelle sue ondivaghe sensazioni, senza guidare mai (come ci si aspetterebbe da due partiti che raccolgono, stando ai sondaggi, quasi il 40% delle preferenze) ma lasciandosi trascinare da odi, rancori, tesi antiscientifiche.

Ma anche la controparte politica, più attenta e riflessiva sulle azioni da compiere in tema pandemico, mostra una disattenzione pericolosa verso i timori popolari, le manifestazioni di sincera paura e dubbi sul vaccino anti-covid; paure e timori che il centrosinistra ha bloccato sul nascere sposando la campagna vaccinale e l’idea del greenpass, rinfocolando anch’essa, in maniera indiretta, un sentimento d’odio anti-sociale verso coloro i quali scendono in piazza chiedendo libertà di scelta.

Ma prescindendo dalle sigle estremiste che cercano visibilità in piazza, chi sono coloro i quali chiedono una effettiva libertà di scelta, arrivando persino a paragonare il vaccino alle deportazioni del nazifascismo?

Il senso libertario che traspira dalla rabbia che viene portata per strada è il sottoprodotto antisociale del sistema capitalistico. Quel senso di libertà-individualistica che mina il concetto puro di libertà come sintesi di un processo comunitario. La libera scelta in un sistema rigidamente classista-capitalista non è uguale per tutti, nella competizione, si può, sgomitando e urlando più forte, o con strumenti di pressione più evidenti, far valere le proprie motivazioni, le proprie volontà su quelle altrui. E allora, la libertà di un immunodepresso di vivere in condizione di sicurezza, viene sublimata, da quella più forte ed evidente di chi scende in piazza, senza mascherina, urlando ad altri la propria paura.

Un senso di folla, di massa indifferenziata che emula una proto-forma di libertà e partecipazione, ma che è propria delle pseudo-democrazie illiberali. Il popolo è uno, ma quella totalità espunge tutte le realtà partecipative ritenute non importanti. Essere strumento di potere per l’estrema destra, non è chiaramente sentito da chi effettivamente ha paura e vive il timore del vaccino, la folla indistinta non ha individualità, si appiattisce nelle notizie false e terrificanti sparse ad arte per aumentare la confusione e il senso di smarrimento che fanno bene al capitalismo e ai più spregiudicati politicanti di mestiere.

Nella forma esterna, questo tipo di protesta, anche per voce di chi vi prende parte, richiama il più alto valore democratico, quello del dissenso portato in piazza, simbolo di libertà, ma nei fatti è solo l’esterno di un movimento demagogico, un fuoco distruttivo che viene alimentato da piromani antidemocratici.

Di queste individualità fattesi indistinto, non si può fare un magma di stereotipi e insulti. Non si può disprezzare chiunque esprima una voce di dissenso sul vaccino, con modi aggressivi e scientisti, perché il capitalismo non offre a chiunque le stesse possibilità di emanciparsi dai fuochi estremisti, e chi rimane indietro finisce per assoggettarsi, in maniera difensiva, all’indistinto libertario. Non possono essere tutti facinorosi militanti di Forza Nuova e Casapound, gillet arancioni, sbandati e ignoranti, panacea di ogni male da cui noi che non siamo in piazza siamo epurati. Quella paura urlata, propagandata con fake news su Facebook, con pseudo articoli privi di ogni presupposto scientifico sono il sottoprodotto del capitalismo, sintesi suprema di ogni forma politica (democratica e non) che crea dominanti e dominati, scinde e spacca, superando l’antico binomio ricco-povero, andando a rompere in mille rivoli l’unità di classe dei dominati rendendoli nemici, gli uni contro gli altri. Perché quell’indistinto di donne e uomini in piazza, aizzati da Matteo Salvini, sono il prodotto di un sistema, il risultato di un logoramento di risorse che vanno sempre più agli apici e meno ai vertici.

Avere una solida base scientifica, una fiducia nell’operato della scienza non è più un bene comune di tutti, un postulato da dare per scontato. L’ordoliberismo confonde e potrebbe anche convincere chi dal processo viene espunto che rinunciare alla propria sicurezza sia un bene, perché i concetti di libertà e coscienza civili sono barattabili, come ogni concetto sociale nell’era iper liberale.

La piazza va strigliata, ci si deve infangare, sporcare e toccare con mano il disagio sociale diffuso, accettando una nuova forma comunicativa che non è più quella partitica, capo-vertice della vecchia Repubblica. I leader populisti lo hanno capito bene e infatti non parlano alla folla ma si mischiano ad essa. Non c’è nessuno sul palco, solo paura e odio sociale. Questo è cambiato, questo deve essere recuperato.

Altrimenti disprezzando, non si ottiene altro che ciò che auspica il capitalismo di stampo statunitense, ossia un indistinto che si autodistrugge, governato sapientemente da un nugolo indistinto elitario, capace di piegare sindacati e aggirare vincoli legali allo sfruttamento di risorse, lasciando in una piazza priva di forza reale una massa di donne e uomini convinti di essere nella ragione, quella anti scientifica e latentemente razzista, alimentata dai loro leader populisti che vivono sulle loro spalle, pur stando nascosti e godendo dei frutti dell’albero del capitale, in tutto e per tutto indistinguibili dalle stesse élite del Palazzo.

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