• Mauro Spina

L’oscurantismo a pieno régime

Di Mauro Spina


Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, sancita ufficialmente il 26 dicembre 1991, gli analisti, osservatori e studiosi di geopolitica di tutto il mondo si interrogarono sull’assetto che il mondo avrebbe avuto. Uno di questi, Francis Fukuyama (1952) in un’opera del 1992 dal titolo La fine della storia osservava che la vittoria del modello capitalista in ambito economico e della forma democratica in ambito politico ricalcati sullo stampo della nazione uscita vincente dallo scontro duopolistico della guerra fredda avrebbe portato in tutto il mondo la creazione di stati democratici e assetti economici aperti, infine uno sviluppo socioculturale imperniato sul modello occidentale. Lo stesso autore è considerato il padre del neoconservatorismo.

Dalle sue stesse posizioni Fukuyama si è poi distanziato negli anni tra il 1996 e i primi anni 2000 sconfessando l’approccio politico nazionale e internazionale del governo Bush jr. Nei primi vent’anni del nuovo millennio si è assistito al progressivo scollamento della realtà sociale da quella economica, con un acuirsi dei conflitti sociali in molte di quelle nazioni basate sul modello statunitense considerato vincente nei primi anni degli anni ’90. Non è andata meglio sul piano dell’economia mondiale e della politica internazionale, il Medio Oriente è stato funestato da guerre di invasione e guerre civili che perseverano ancora oggi, mentre il ruolo di nazione cardine attorno al quale ruotano le decisioni mondiali degli Stati Uniti è stata insidiata da nuovi competitors quali la Cina e la Russia.

Il mondo unipolare che si era teorizzato non si è mai realizzato. La crisi del 2008 ha segnato ulteriormente il divario orizzontale tra nazioni ricche e povere e verticale, interno all’ossatura dei vari stati nazionali, tra oligarchie locali e tessuto sociale sempre più sfibrato. Assieme alla crisi pandemica esplosa nel 2019, si sono ripresentate contemporaneamente quelle volontà di svolta sociale che ad oggi anche in Italia sono combattute da una élite neoconservatrice che è presente pressoché in ogni ambito culturale e politico, con una collocazione politica trasversale.

L’omicidio di George Floyd avvenuta il 25 maggio 2020 ha riacceso l’attenzione sui diritti civili che quel mondo unipolare aveva trascurato, governato com’era da una maggioranza assoluta di uomini bianchi e che oggi, vedono il loro privilegio acquisito con la prevaricazione e la violenza messo in discussione da attiviste e attivisti di tutto il mondo impegnati in battaglie locali e mondialiste. Dal fronte verde di Greta Thunberg al movimento del Black Lives Matter fino a Non Una di Meno in Italia, tutte quelle energie sociali, giovani e multiculturali emerse tra il 1999 e il 2001 (anno del G8 di Genova) sono tornato a chiedere attivamente un cambio definitivo.

Una redistribuzione di partecipazione, dal cinema alla politica che porti il messaggio e la voce di chi negli ultimi venti anni è rimasto in silenzio forzato. Sono cambiati i modelli politici, le modalità di azione da parte degli attivisti ma non è cambiato l’atteggiamento revanscista e negazionista dei neoconservatori. I primi movimenti mondialisti di inizio millennio furono repressi nel sangue e delegittimati ovunque dalla stampa. Oggi che il cammino per i diritti civili è ripreso in maniera pacifica, lontano da qualsiasi forza politica, la difesa del privilegio da parte delle minoranze oligarchiche ha mutato forma scegliendo un’azione meno invasiva che passa dalla carta stampata.

Restando solo sul caso italiano, testate come Repubblica, il Corriere della Sera, Huffington Post Italia e il Messaggero nelle ultime settimane si sono rese protagoniste di una vera e propria campagna di delegittimazione del movimento per i diritti civili, cercando di svellere le richieste di cambiamento socioculturale e linguistico, celandole dietro il pericolo di una ‘’cancel culture’’ supportata da articoli che si basano su errate interpretazioni di notizie che arrivano dagli Stati Uniti, e spesso purtroppo da vere e proprie fakenews.

Massimo Gramellini sul Corriere della Sera nei giorni scorsi ha denunciato un tentativo di cancellare dai programmi di studi di musica dell’Università di Oxford, autori quali Mozart e Beethoven con l’accusa di essere suprematisti bianchi. In realtà questa operazione non sarebbe mai stata presa in considerazione visto che l’Università ha palesato la volontà di ampliare i programmi di studi, facendo luce su autori poco approfonditi perché nati durante il periodo coloniale e per questo per lungo tempo dimenticati. La notizia data in pasto ai lettori ha scatenato ondate di indignazione sotto l’etichetta del pericoloso cancel culture attuata dalle minoranze nei confronti dei bianchi occidentali e americani.

La delegittimazione, artefatta e costruita solo per creare confusione e per abbruttire una discussione interessante, accademica e non è continuata nei giorni scorsi sulle pagine di Repubblica, del Messaggero e di Huffington Post Italia. In questo caso la notizia a destare scalpore arriva dagli Stati Uniti, dove a causa della scarsità di fondi (l’istruzione negli Stati Uniti è privata) e di un continuo disinteresse degli studenti verso il dipartimento di studi classici dell’Università di Howard a Washington DC, quest’ultimo ha perso la sua autonomia pur garantendo i corsi agli eventuali interessati. La notizia arriva in Italia completamente distorta e le testate citate prima hanno scritto di un tentativo da parte delle minoranze, di cancellare gli studi classici accusati di essere appannaggio delle destre e del messaggio di violenza dei suprematisti bianchi. Di conseguenza (Repubblica pubblica un’immagine del vicepresidente Kamala Harris in mezzo a due immagini classiche) la richiesta giunta dagli afroamericani influenti avrebbe ancora una volta assecondato il pericoloso fenomeno della cancel culture. Niente di tutto questo è vero.

Nessun attivista per i diritti civili, nero, ispanico, bianco che sia, chiederebbe mai una cosa simile. Il messaggio inclusivo delle femministe, della comunità LGBTQ+, del Black Lives Matter non chiede e non vuole la cancellazione di percorsi formativi o l’epurazione dai titoli di studi di personaggi storici controversi, altresì spinge per un allargamento dei piani di studio, in modo tale da renderli maggiormente vicini alla realtà sociale, multiculturale e arricchente.

Ma tutto questo non interessa alle élite giornalistiche, ormai appannaggio del peggior sentimento revanscista dei conservatori. Come non interessano i fenomeni sempre più violenti e razzisti ai danni dei lavoratori sfruttati e rinchiusi nei ghetti nel foggiano, in Puglia. La guerra aperta, fatta di continui attacchi privi di fonti, volti a destabilizzare l’opinione pubblica e ad allontanarla dalle richieste dei movimenti per i diritti civili non ha niente a che vedere con gli obiettivi della stampa libera. Questa non è informazione, è una deliberata diffamazione per reiterare lo status quo, lasciando covare sentimenti violenti che sfociano in attacchi verbali veementi contro chi in maniera pacifica chiede semplicemente di essere ascoltato. E per quanto non attuale, occorre citare i numerosi articoli che nel corso del tempo hanno tentato di screditare il lavoro della sociolinguista e accademica italiana Vera Gheno sull’uso dello schwa, il cui utilizzo avrebbe come obiettivo quello di rendere la lingua italiana maggiormente inclusiva e per riflettere sulla possibilità di superare il maschile sovraesteso.

Le critiche rivolte a chi lotta per i diritti civili non hanno un supporto scientifico. Si basano sul pubblico dileggio, sulla gogna mediatica, sulla sistematica storpiatura delle informazioni. L’isteria che ha colto la stampa italiana la pone inesorabilmente tra gli sconfitti della storia, visto che le società evolvono come evolve il linguaggio, l’inclusività e le migrazioni di popoli non possono essere arrestate e vanno accolte, approfondite per coglierne punti di forza e di arricchimento, mentre assistiamo invece ai titoli di coda di un giornalismo arretrato e in costate autodifesa.

Chi ha avuto voce per secoli, in maniera illecita, schiacciando sistematicamente il dissenso, relegandolo al ruolo di gregario, deve lasciare per sempre il suo privilegio. Un privilegio di pochi, ai danni di molti, soprattutto le donne e le minoranze etniche. La linea di confine determina chi sarà protagonista del cambiamento e chi invece ne rimarrà fuori. E in questa scelta, in questo mondo che cambia con la forza della società civile, in maniera pacifica, le élite oligarchiche italiane, proprietarie delle testate autrici degli esempi oscurantisti citati prima non troveranno posto e non a causa del fantomatico e inesistente cancel culture ma per scelta volontaria.

Perché chiedere una maggiore partecipazione delle minoranze in politica quanto nel mondo accademico e nel cinema, è un atto di civiltà che il mondo unipolare, bianco e capitalista non ha voluto compiere.


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