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La Libia al centro dei colloqui tra Erdogan e Trump

L'agenzia di stampa Anadolu riferisce alcuni dettagli interessanti riguardo il colloquio telefonico avvenuto tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente Usa Donald Trump. La situazione in Libia e l'avanzata dell'esercito di Tripoli sostenuto dalla Turchia, il cui esercito ha recentemente ottenuto sostanziali guadagni contro le forze del generale Haftar, sono due temi affrontanti nel corso della call tra i due leader. Gli Usa non hanno mostrato molto interesse sulla questione libica ma continuano a seguire con molta attenzione l'evolversi del conflitto, per poi avere un ruolo nella composizione della governance che dovrà trainare il paese verso una soluzione democratica.


Le teorie del Reis


Oltre alla parantesi libica, nel corso della conversazione, Erdogan ha mostrato parecchia preoccupazione per l'escalation di violenze negli States, in seguito all'omicidio di George Floyd avvenuto qualche settimana fa, rivolgendo le sue condoglianze alla famiglia dell'uomo. Il Reis ha fornito alcune informazioni riguardo ai protagonisti delle violenze e dei saccheggi avvenuti in queste settimane negli Usa. Secondo il presidente turco, il movimento Antifa negli USA e i gruppi PKK e YPG - il primo opera nel nord della Siria - hanno operato insieme nelle proteste statunitensi di questi giorni, destabilizzando ogni singola città degli Stati Uniti.


Il PKK è una delle principali forze militari e protagonista della guerra in Siria - elencato come organizzazione terroristica da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea - considerato il ramo operativo dell'YPG in Turchia. In passato, gli Stati Uniti hanno appoggiato l’YPG nella sua lotta contro lo Stato islamico, per poi ritirarsi all'inizio di quest'anno. La Turchia si è sempre opposta fortemente a questo sostegno, ritenendo che l’YPG sia la versione siriana del PKK. L’attitudine del governo dell’AKP nei confronti dei curdi si è rivela da sempre contraddittoria, soprattutto quando emergono i limiti dell’azione politica del partito di Erdogan e i paradossi delle società politica turca rispetto alla questione curda, che rappresentava un fattore importante nel processo di acquis communautaire bloccato dalla Commissione europea anche per i motivi legati alla questione curda mai risolta.


Il rumore dei nemici


Le osservazioni di Erdogan sono un sostegno alle accuse di Trump di etichettare l’Antifa come un’organizzazione terroristica in grado di destabilizzare il paese. Il rumore dei nemici per il sultano rappresenta una sorta di meccanismo in grado di sedare qualsiasi forma di dissenso nei suoi confronti: metodo da consigliare al presidente americano nella sua difficile gestione delle forme di razzismo dilaganti nelle città. Per il Reis continua la caccia al nemico era uno: quel Fetullah Gülen, che pur vivendo in America, rimane informato sulle vicende che riguardavano la Turchia, sulle dinamiche di partito e sul fatto che da qualche anno le sue organizzazioni e l’AKP non navigano più sulla stessa barca. Erdogan decise di addossare la colpa del golpe più anomalo della storia della Turchia a Gülen - che in quel momento si trovava negli Stati Uniti – ed alla Cia. Da quel giorno, il Sultano diede inizio ad un massiccio processo di epurazione che non toccò solo i settori dello Stato coinvolti nel golpe ma anche i giornalisti e le loro testate vicine a Gülen, che proseguì con la confisca di beni dei gülenisti per un ammontare pari a circa 4 miliardi di dollari. Il resoconto finale fu drammatico: oltre centomila le persone sospese o licenziate dai loro impieghi pubblici, quasi 43.000 solo nel primo periodo sono finite in carcere e 23.770 arrestate; 2.100 scuole, 19 università, 1.254 associazioni e fondazioni sono state chiuse; 3.465 giudici e pubblici ministeri sono stati licenziati, alcuni di loro incarcerati. La leadership di Erdogan, invece, rimase del tutto illesa e addirittura rafforzata. Il rumore si trasformò in silenzio.

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