• Mauro Spina

La perdita di egemonia

Di Mauro Spina


Sono passati otto mesi dalla votazione alla Camera del disegno di legge Zan. La maggioranza di ieri in termini numerici assoluti è ancora la stessa anche al Senato, ma Matteo Renzi, leader della piccola formazione centrista Italia Viva, ha deciso di riaprire il dibattito cercando una mediazione con la destra che, come si è visto e sentito chiaramente dal dibattito del 13 luglio al Senato, ha come unico obiettivo quello di affossare l’estensione della legge Mancino (n.205 del 25 giugno 1993).

Gli spiragli di dialogo che il senatore Renzi ha sentito tra i banchi della destra, e che lo hanno spinto a riaprire il dibattito, non sono emersi dalla discussione che in realtà è stata rigidamente divisa e scandita da fischi e ululati verso chi ne è a favore e interventi farseschi e offensivi da parte della destra.

Italia Viva vorrebbe evitare la fatale conta a scrutinio segreto che potrebbe rappresentare la fine dell’iter del disegno di legge, e per ottenere l’appoggio della destra chiede delle revisioni agli articoli 1,4 e 7, che se modificati svuotano di fatto e di senso il disegno di legge Zan, rendendolo inutile. La parte che sta creando scompiglio e una vera guerra ideologica priva di senso attorno al disegno di legge è il concetto di identità di genere.

Michel Foucault (1926-1984) è stato uno dei primi filosofi a notare come anche il sesso biologico rientra nelle prerogative di predominio di una parte politica sulle altre. Stardardizzare, elevare a norma biologica l’eteronormatività e la sola identità cisgenere rende infatti possessori di un predominio biopolitico tutte quelle identità che vi rientrano, coadiuvate in questo, da una narrazione unica e prevaricatrice della dottrina cattolica.

Il Vaticano stesso si era speso con note segrete negli ultimi giorni per cercare di spingere i senatori cattolici a fare blocco, trincerandosi dietro un diplomatico si ritiene necessario più tempo per il dibattito. E il perché, è ravvisabile proprio nel concetto di identità di genere. La narrazione biunivoca dei generi su cui la Chiesa ha imperniato il proprio predominio e che ha stretto un legame inscindibile con una parte politico/civile (parliamo quindi di consensi, quadri di partito e dirigenziali, fino a testate giornalistiche, semplice sentire comune) assolutamente in posizione di egemonia in Italia, e che in nessun caso vorrebbe vedere un privilegio iniquo e retaggio del passato estinto e cancellato dal disegno di legge Zan.

Le logiche di predominio di una parte sul tutto, ruotano attorno al biopotere di Foucault, dividere il mondo in maschi e femmine, crea una piramide sociale in partenza, che vede già ai blocchi di partenza delle evidenti differenze, non si parte con le stesse possibilità e non si arriva tutti al medesimo obiettivo, nonostante le rassicuranti parole delle costituzioni liberali.

Ai nastri di partenza vengono meno tutti coloro i quali non rientrano in una rigida distinzione sessuale, uomo-donna, con uomini e donne cisgenere in condizioni di assoluto predominio nei confronti dell’establishment. Il biopotere però non si ferma qui, differenzia i neri dai bianchi, i maschi dalle femmine, privilegiando sempre più una casta, non arcobaleno, ma tendenzialmente bianca, cisgenere, di sesso maschile. La stessa casta politica che tenta di affossare il disegno di legge contro l’omotransfobia e l’abilismo.

Quindi è chiaro che sostenere la pluralità di genere, ossia uscire dalla rigida forma uomo-donna biblica includendo ad esempio soggetti non binary e queer significa dividere per più azionisti i dividenti di un assetto liberale che è sempre stato appannaggio di una sola minoranza, la stessa che si è inventata il politically correct e che dalle pagine del Corriere della Sera denigra e decontestualizza ogni evento volto a sottolineare il patriarcato di fondo della società italiana.

Patriarcato ed egemonia di un genere sugli altri, difesa ad oltranza di un modello economico-sociale che ha già dimostrato tutto il suo fallimento più volte dalla fine del secondo conflitto mondiale. Patriarcato e capitalismo vanno di pari passo, essendo la prima la forma sociale che meglio permette di veicolare il secondo. Il capitalismo è la forma economica che per eccellenza incarna la figura della piramide, iniquo per costituzione, questo modello economico necessita di una sola parte dominante sulle restanti, e di una ulteriore differenziazione interna alla parte dominante per meglio gestire il potere (pensiamo solo alla differenza tra bianchi ricchi e bianchi poveri, dove quest’ultimi hanno rappresentato il bacino elettorale più importante di Donald Trump, nonostante sia stato quest’ultimo l’incarnazione più evidente del capitalismo di frodo statunitense).

Il disegno di legge Zan non vuole distruggere quella piramide, ma rappresenta un rimbombo, un suono che lacera il silenzio, tanto è bastato ad allarmare la pletora di senatori ultra cinquantenni bigotti e conservatori. Matteo Salvini stesso non è un campione di cristianità, segno lampante della strumentalità della religione in questo dibattito. Chi ha tutto in un sistema biopolitico come quello attuale, rigidamente capitalistico, non vuole concedere nulla, non può concedere nulla perché in questa macelleria sociale, con l’Ungheria che continua a farsi vanto delle sue leggi anti-LGBTQIA+, a pagarne le spese sono i tanti che non si riconoscono in un sistema eteronormativo come quello italiano, ungherese, polacco.

Ed è proprio l’Ungheria condannata dall’Unione Europea per le sue leggi liberticide ad essere il baluardo della destra italiana, che tra ululati e fischi difende lo status quo e i diritti di un mondo unipolare che avverte i primi scricchiolii di un cambiamento lento ma inarrestabile.


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