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La vicenda Soleimani per riaprire il dibattito sulle Nazioni Unite

Di Kevin Gerry Cafà


Il rapporto di Agnes Callamard, relatrice speciale Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, ha messo in luce le ambiguità dietro l'azione militare voluta dagli Usa in Iraq lo scorso 3 gennaio di quest'anno. Infatti, secondo la relazione presentata qualche giorno fa, gli Stati Uniti non avrebbero fornito prove sufficienti in merito alla minaccia di un attacco imminente che ha portato alla morte del generale iraniano Qassem Soleimani e altre nove persone nei pressi dell'aeroporto di Baghdad. La versione dell'amministrazione americana pone l'accento sulla figura del generale Soleimani come mente degli attacchi sferrati da milizie e gruppi armati filo-iraniani in Libano, Siria e Iraq, oltre ad essere una delle principali fonti di destabilizzazione nella regione. Non sono ancora chiari i motivi che hanno sostenuto l'atto politico del presidente Donald Trump, ovvero compiere un'azione di questa portata visto che il generale Soleimani era considerato la seconda personalità della Repubblica islamica dopo l'ayatollah Ali Khamenei, a cui il popolo erano legato non solo dal punto di vista strategico. Possibile ipotizzare la matrice elettorale nella scelta di Trump che si presenterà davanti agli elettori americani il prossimo novembre con due azioni compiute in Medio Oriente: l'uccisione del generale iraniano e quella del leader dell'autoproclamato Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi nel Nord della Siria.


Ampia riforma del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite


Le Nazioni Unite sono nate nel 1945, in seguito alla devastazione della seconda guerra mondiale, con una missione centrale: il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. La maggior parte delle soluzioni alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione, possiamo trovarle nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite che dall'articolo 39 al 51 evidenzia le procedure da seguire per prevenire i conflitti e aiutare le parti in conflitto a ricorrere alla diplomazia. Da molti anni, il ricorso alla procedura descritta dalla Carta sembra essere passato in secondo piano.

Quello americano si tratta del primo caso nella storia delle relazioni internazionali, in cui viene invocato il diritto alla difesa preventiva come giustificazione per una operazione contro un attore statale nel territorio di un Paese terzo. Il modus operandi degli Usa sembra essere quello di mantenere gli americani al sicuro, ma senza fornire esattamente quali informazioni di Intelligence avessero al riguardo. La prassi dell'autodifesa viene descritta dall'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, il quale prevede che Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Inoltre, le misure prese da Membri nell'esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell'azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Seguendo la dicitura normativa dell'articolo, è difficile parlare di un attacco armato nei confronti degli Usa organizzato e pianificato dall'Iran e dal generale. D'altra parte, non vi era il motivo di procedere con un attacco di questa portata visto che Solemaini era un signore molto noto nel paese e i suoi spostamenti erano visibili. Anche se Washington ha usufruito della dottrina Bush dopo l'11 settembre in entrambi i mandati del presidente repubblicano, giustificando gli interventi in Afghanistan e in Iraq, definendo la legittima difesa preventiva la reazione esercitata dagli Stati Uniti ogni qualvolta si rendesse necessario per prevenire un imminente attacco con armi di distruzione di massa o atti di terrorismo.

“Il mondo vive un momento critico e a un possibile punto di svolta, quanto si tratta dell’uso di droni. Manca un’azione in tal senso del Consiglio di sicurezza; la comunità internazionale, volenti o nolenti, rimane in gran parte silenziosa”

Come ha fatto notare Agnes Callimard, gli omicidi mirati, attraverso droni, non trovano giustificazione nel diritto internazionale. Un aspetto di questo tipo dovrebbe rappresentare una sfida per le Nazioni Unite nel cercare di adattare la disciplina giuridica in materia di minacce alla pace e alla sicurezza internazionale, cercando di limitare al massimo l'uso della difesa preventiva in vicende internazionali poco chiare come quella legata all'uccisione del generale Solemaini. Un'ampia riforma del capitolo VII della Carta e la correzione dei difetti strutturali dell'Onu, passano anche per la rimodulazione del ruolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il quale si dimostra incapace di intervenire in modo significativo, oggi come nel passato, in molti contesti internazionali: Siria e Libia per citarne un paio. Naturalmente, la difficoltà di adottare riforme di spessore è lo specchio della crisi del multilateralismo politico e la conseguente frammentazione degli asseti internazionali, in cui gli interessi dell’una o dell’altra grande potenza in questione primeggiano sulla sicurezza collettiva.

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