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Perché Quota 100 graverà sulle spalle dei più giovani

Di Elsa Rizzo


Che l’Italia sia un paese demograficamente vecchio non è certo una novità: secondo i dati Istat del gennaio 2018 ci sono 168,7 anziani ogni 100 giovani. Se poi si aggiunge che l’Italia risulta tra gli ultimi paesi europei in quanto a ripresa post crisi, il quadro fornito non è sicuramente dei migliori.

Quello però a cui forse noi giovani non ancora inseriti nel mondo del lavoro non abbiamo fatto più di tanto caso, è la particolare cura che il nostro paese rivolge alle politiche pensionistiche. Un tale indirizzo, storicamente determinato e quindi non solo caratteristico di quest’ultimo governo, affonda le sue radici nell'essenza dell’Italia stessa, ovvero un paese con forti legami di sangue. Quest’attenzione per la famiglia viene però salvaguardata dalla politica in maniera totalmente squilibrata a favore delle classi più anziane: le tasse di successione, le imposte sulla prima casa e le pensioni di reversibilità vengono pagate o ottenute con oneri bassissimi da parte dell’usufruente, Per fare un solo esempio, si considerino le pensioni di reversibilità. In paesi come la Gran Bretagna se la vedova è già benestante con la propria pensione, non avrà diritto a percepire quella del coniuge defunto. In Italia tale limitazione è quasi assente cosicché, una vedova che percepisca una già elevata pensione possa comunque riscuotere quella del coniuge defunto.


Le politiche pensionistiche in Italia


Ora, il sistema pensionistico deve inevitabilmente fare i conti con due fattori: l’allungamento della vita da un lato e la continua crescita del debito pubblico dall’altro. Queste cause, in maniera congiunta, sono state determinanti per il varo della riforma Fornero nel 2011. La riforma, che sostanzialmente allunga l’età pensionabile, venne inizialmente accettata piuttosto bene dall’opinione pubblica in quanto preoccupata dall’instabilità dalla situazione economica. Essa riuscì a correggere una fisionomia già precedentemente delineata: il sistema pensionistico era economicamente insostenibile.

Tra gli effetti collaterali che l’hanno resa particolarmente invisa all’elettorato italiano, vanno ricordati i cosiddetti ‘esodati’ ovvero persone che avevano accettato il licenziamento in cambio di aiuti economici per arrivare fino all’età della pensione. Con l’entrata in vigore della riforma gli esodati si sono trovati in un lungo periodo di incertezza, scoperti sia dagli assegni frutto dell’accordo che da quelli pensionistici.

Va comunque ricordato che, pur non essendo possibile una modifica che possa soddisfare tutte le categorie, la riforma Fornero introduce un principio naturalmente logico: più aumenta la vita media degli italiani, più l’età pensionabile viene automaticamente aumentata. Inoltre, grazie ai numeri aggiornati da parte dell’OCSE, e quindi nonostante la riforma Fornero, vediamo come in Italia si continua ad andare in pensione prima rispetto agli altri grandi paesi industrializzati e che i pensionati italiani hanno redditi più alti della media del resto della popolazione, una situazione in cui si trovano soltanto pochi altri paesi.

Quota 100


Dopo avere chiarito il funzionamento della riforma Fornero soffermiamoci sulla misura volta a ‘superarla’ totalmente: Quota 100. La misura operativa dal 2019, in via sperimentale fino al 2021, consente l’uscita anticipata dal mondo del lavoro per tutti coloro che vantano almeno 38 anni di contributi con un’età anagrafica minima di 62 anni. Il primo nodo riguardo la riforma è quello delle penalizzazioni: Matteo Salvini ha ribadito che l’anticipo sarà possibile senza alcuna decurtazione. Ma come si fa in un sistema in parte contributivo, per cui l’assegno si calcola in base a quanto versato durante la carriera lavorativa, ad andare in pensione prima e non vedere la propria pensione diminuita?

Se l’Italia avesse adottato un sistema pienamente contributivo, Quota 100 non comporterebbe costi di lungo periodo. Però, il sistema pensionistico attualmente vigente è di tipo misto e una grande parte continuerà ad essere retributiva. Questo significa che l’assegno viene calcolato sulla media delle retribuzioni percepite durante gli ultimi anni di lavoro. In pratica, l’assegno risulta più vantaggioso per il lavoratore e meno conveniente per lo Stato, il quale non deve soltanto considerare gli anni di servizio, ma intervenire con i propri fondi, detraendoli da altri settori.

Il debito pubblico italiano è altissimo e Quota 100 non fa che aumentare il deficit, facendone pagare ai giovani le spese, riducendo in maniera esponenziale i fondi a loro destinati. Insomma, per far quadrare i conti e attuare un tale provvedimento, la manovra deve stringere su altri settori. Perché se è pur vero che tali pensioni anticipate lasceranno posto alle nuove coorti, è anche vero che a finanziare tale sistema, non totalmente contributivo, dovrà essere lo stato con parte dei propri fondi.

Un tale costo non è soltanto economicamente insostenibile, gli esperti concordano sull'insufficienza dei 7 miliardi stanziati, ma inoltre conferma la direzione politica dell’attuale governo. Fare una manovra e rientrare nel deficit con standard europei è realizzabile. Quello che risulta intollerabile è la decisione del governo di sforare il deficit con una manovra che aiuti delle coorti già benestanti. L’Italia avrebbe bisogno di investire sul proprio futuro, sui giovani, sull'ambiente. In questo modo, l’unico investimento che sembra volere essere fatto, è quello di un futuro più incerto e difficile per noi giovani.

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